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Sport di competizione: emozioni, autostima e meditazione

Sport di competizione: emozioni, autostima e meditazione

di Mauro Verdone, Locarno
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Il pretesto per scrivere questo articolo me lo ha dato mio figlio chiamato quale raccattapalle per la recente partita di calcio di coppa Svizzera, a Locarno.
 
Emozioni, vissute ed “impregnanti”. Una sorta di “imprinting”, non me ne voglia Lorenz, di finestra temporale che si apre per un certo lasso di tempo necessario a stampare (indelebilmente) un’azione o atto.  
Quello è e quello rimarrà anche con lo sbiadirsi parziale dei nostri ricordi, dovuto al  succedersi degli anni.
Si, le emozioni rimangono. Due esempi: una partita di calcio giocata nel campo adiacente l’ex cartiera di Tenero con cinquecento persone che tifavano per la selezione dei turisti che batté, noi indigeni, per cinque a uno. Altre in Inghilterra, giocate con il cuore che batteva a mille quando incontravamo squadre formate, per dieci undicesimi, da giocatori di colore dalla struttura fisica e velocità superiori alla nostra.
 
Cambia lo sport che nel mio caso ora è l’atletica a livello competitivo, non le premesse.
 
Il dimagrimento, una buona efficienza cardiovascolare, il corpo che si modella o rimodella ritrovando – se persa – tonicità muscolare, il benessere fisico, la produzione di endorfine con una maggior sopportazione dei carichi di lavoro. Sono questi, anche, i risultati derivanti dall’attività fisica competitiva (e non).
 
Queste ragioni non sono però sufficienti per me quale corridore agonista continuamente alla ricerca della ricompensa nella prestazione cronometrica. Neppure lo è la motivazione che “banalmente” è il motivo per cui si va a correre, ed è tanto più efficace quanto più è forte ed ambiziosa.
Ciò che più conta è il perseguimento dei miei obiettivi, quasi ad ogni costo, perché ci credo veramente. Così come credo all’importanza dell’autostima quale “stile di pensiero” che si bilancia sulla continua interazione tra: informazioni oggettive che mi giungono e, soggettive che poi vengono da me elaborate, percepite e “metabolizzate”.
 
Ogni giorno, ogni allenamento è l’occasione buona per riuscire ad affrontare situazioni diverse che si presentano in ambiti differenti e non solo sportivi. E farlo anche attraverso piccoli “premi per me stesso” (un gelato, un piccolo dono) è il pretesto per alimentare la mia “consapevolezza” di vivere appieno le cose; in questo caso la mia attività sportiva.
 
Jung la definisce “individuazione”. Allorquando questa è legata effettivamente alla propria dinamica di crescita. Un sano, insomma, riferimento al proprio “Sé” in termini di “sviluppo ed espansione della sfera della coscienza”.
 
Ecco dunque che sport, consapevolezza del proprio “Sé” ed emozioni, formano un unico collante che passo dopo passo modella un percorso – un vero “training” – un lavoro personale per giungere ad un sano e stabile livello di autostima.
Un percorso personale intriso di “Energia” che, per principio fondamentale, non può rimanere statica.
 
 
Una vera e propria “meditazione dinamica” dove passato (istinto), presente (intelletto) ed intuito (cuore) sono miscelatori della stato di consapevolezza del proprio “Sé”.
Corpo, testa e cuore, dunque. Cardini (anche inconsci) dell’attività sportiva che ha “oltre” e come fulcro, il proprio “essere”.
Ed è proprio l’intuito, stato attraverso il quale il nostro spirito sperimenta la realtà, che viene portato a consapevolezza attraverso la meditazione; lo sport.
La stessa filosofia orientale (attraverso un passaggio di Buddha), tanto per citare un parallelismo, lo indica: “Quando ti muovi esiste solo il movimento, ma non colui che si muove”.
 
Non importa la disciplina, non importa il luogo, né il contesto.
 
È il qui e ora vissuto in modo consapevole e focalizzato all’atto di portare la propria energia, la propria concentrazione nel presente e viverle totalmente.
Qualunque gesto si faccia (pre-gara o gara) si è completamente assorbiti dall’atto. L’attività diventa talmente totale che l’atleta, l’attore, si perde nell’atto stesso.
A tal punto da “respirarsi” ed isolarsi in uno stato meditativo fortemente piacevole.
 
Emozioni forti, o meno. Ma emozioni. Questo quello che mi spinge e che alimenta il mio essere, il mio movimento giornaliero.